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Metodo ed obiettivi

 L’associazione ETSIA-KSI propone un approccio all’allenamento che integri le moderne metodologie ginnico-atletiche con la tradizione del karate-do tramandata dal M° Gichin Funakoshi, nel rispetto della fisiologia umana in funzione dell’età del praticante e degli obiettivi che questi intende porsi attraverso la pratica.

La parola “Karate”, come è noto, è composta dai termini “Kara” (“vuoto”) e “Te” (“mano”). A questi due termini il Maestro G. Funakoshi, nel suo sforzo di raggiungere un fusione con le arti marziali giapponesi, aggiunse la parola “Do” (“Via”).

Assimilando il Karate-do alle arti di combattimento giapponesi, il M° G. Funakoshi portò a compimento un’importante trasformazione qualitativa della pratica. Infatti, il termine “Kara” (vuoto), oltre al significato più evidente che indica le modalità con cui il Karate viene

praticato (mano vuota), può assumere anche una dimensione più ampia per sintetizzare il particolare atteggiamento mentale che la pratica del Karate richiede (e questo vale, del resto, per tutte le

arti marziali giapponesi).

La condizione di “vuoto” mentale, non va confusa semplicisticamente con “il

nulla” (di concezione occidentale), ma descrive lo stato in cui viene a trovarsi il

praticante quando riesce a realizzare l’unione dello spirito e del corpo in

relazione ad una dimensione universale.

Tuttavia, l’unione di corpo e mente per conoscere se stessi e vincere i propri

limiti, è una condizione necessaria, ma non sufficiente nella pratica del

Karate-do. Il Maestro G. Funakoshi, in un suo libro, cita una frase che il

Maestro Azato (uno dei padri del Karate-do) ripeteva spesso:

Il segreto della vittoria è conoscere te stesso e il tuo nemico

Dunque, con la pratica del Karate-do si parte da concreti movimenti corporei per

arrivare ad una condizione in cui si ottiene non solo il dominio di se stessi, ma

anche di eventuali avversari.

Le tecniche corporee possono essere considerate in base a due aspetti: come

tecniche “formali” (ad esempio le tecniche di pugno, i calci, i bloccaggi, le prese,

e così via) e come tecniche “fisiche” (o corporee) applicabili nei confronti di un

avversario, mediante le quali si ricerca l’acquisizione del fattore “efficacia”.

Nella pratica del Karate-do questi due aspetti sono spesso presenti contemporaneamente, ma in misura diversa e possono essere caratterizzati da approcci all’allenamento diversi a seconda se il praticante è un bambino, un adulto o un veterano (peraltro, con la parola “veterano” si descrive un praticante che può avere un’età molto diversa: ma praticare a 40 anni non è certo la stessa cosa che praticare a 60 anni).

Lo stesso Maestro G. Funakoshi affermava che una delle caratteristiche più singolari del Karate è che:

Può essere intrapreso da chiunque, giovane o vecchio, forte o debole, maschio o femmina

È però evidente che le modalità dell’allenamento dovranno tener conto degli aspetti fisiologici e psicodinamici legati all’età, perché il corpo umano è soggetto a un continuo cambiamento con il passare del tempo e questo cambiamento investe sia la struttura fisica e le capacità di adattamento a stimoli esterni, che la psicologia e l’atteggiamento mentale. Al tempo stesso, l’allenamento, pur nella sua diversificazione, deve garantire a tutti i praticanti una “traccia” comune seguendo la quale ognuno, con il proprio personale impegno, può trovare la propria “via” al Karate.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(forma, equilibrio, postura, coordinazione) nel rispetto della formalizzazione delle tecniche corporee, compenetrando però questa ricerca anche con uno studio continuo dell’uso della contrazione e decontrazione muscolare, nonché della corretta respirazione che deve accompagnare il movimento nella ricerca di un’efficacia di qualità superiore.Successivamente, con l’avanzare degli anni, si realizzano diverse importanti modificazioni fisiologiche a carico di tutti gli organi ed apparati del corpo umano: in generale, dopo i 40-45 anni, la massa muscolare tende a diminuire, mentre aumenta il tessuto adiposo; la struttura si accorcia e la motilità si riduce per usura dell’apparato osteo-articolare. A livello cardio-respiratorio si verifica una diminuzione della portata cardiaca e dell’utilizzazione dell’ossigeno e la stessa psiche può alterarsi in modo più o meno rilevante.

Pertanto, il periodo fra i 45 e 60 anni si presenta abbastanza “critico”, perché caratterizzato da questa lenta, ma progressiva involuzione. È tuttavia ben noto che un sano stile di vita e un’attività fisica regolare e continuata nel tempo, contrastano il progredire di questa tendenza all’invecchiamento.

Da questo punto di vista, la pratica del Karate risulta particolarmente efficace nel contenere il decadimento fisico e nel preservare una buona condizione di salute, non solo fisica, ma anche psichica.

Naturalmente, gli allenamenti del praticante “veterano” e del giovane adulto non possono utilizzare le stesse metodologie, perché comunque si deve tenere conto dei mutamenti fisiologici dovuti all’età.

Tuttavia, la pratica delle tecniche corporee del Karate e la ricerca della loro efficacia, non solo sono sempre possibili anche in età avanzata, ma se il praticante anziano proviene da un addestramento al Karate-do di lunga data, le sue tecniche risultano spesso visibilmente efficaci anche per lo spettatore non esperto (anche se meno “ampie” e “spettacolari” dal punto di vista atletico).

Questo fatto presuppone un’evidente differenza di profondità con cui le tecniche vengono padroneggiate dall’anziano e dal giovane praticante di Karate: in altre parole, l’esperienza acquisita negli anni con un addestramento assiduo e profondo deve permettere non solo di compensare la minore velocità e forza fisica, ma addirittura può determinare un’efficacia di qualità superiore a quella espressa da un giovane karate-ka in buona forma fisica.

Naturalmente questa non è una regola in senso generale, perché questa possibilità si può realizzare solo in funzione della qualità e della profondità dell’addestramento.

 

Inoltre, dal punto di vista atletico, l’allenamento deve essere

differenziato anche in funzione degli obiettivi “a breve termine”

del praticante. È infatti abbastanza ovvio che un giovane

agonista chedeve essere preparato per affrontare competizioni

ripetute dovrà allenarsi dividendo la sua pratica fra

addestramento tecnico e specifica preparazione atletica.

Un amatore o un veterano, anche se ex-agonista, dovrà

ovviamente non trascurare la preparazione fisica e un sano stile

di vita per mantenere nel tempo una buona forma fisica e un

buono stato generale di salute, ma i suoi obiettivi dovranno

essere maggiormente impostati sul lungo termine, in quanto il

Karate-do è una vera e propria ricerca del perfezionamento, una

“via” da perseguire senza porsi limiti di tempo.

La concezione occidentale dello sport è legata alla realizzazione

di se stessi attraverso la pratica e il risultato. La ricerca

dell’eccellenza tutta tesa al risultato sportivo, in senso educativo,

è una forma di esperienza che può risultare importante per il

praticante, ma nasconde anche delle insidie, in quanto

l’esclusivo interesse per i risultati può privare l’atleta

dell’importantissima dimensione interiore della sua esperienza.

In questo contesto infatti, l’allenamento viene finalizzato

esclusivamente al conseguimento di una particolare abilità

tecnica, e allo sviluppo di doti atletiche e forza fisica, che

possono risultare momentaneamente soddisfacenti sul piano

dei risultati agonistici, ma sono inevitabilmente limitati nel

tempo: questo approccio può portare ad una separazione forzata di corpo e spirito.

Nelle arti marziali in cui ancora predomina la nozione del termine “do”, la bravura tecnica e certe abilità sportive devono essere certamente perseguite, ma non tanto e non solo per il conseguimento di un risultato agonistico immediato e limitato nel tempo, quanto piuttosto come esperienze che fanno parte di un percorso di perfezionamento personale, una "via", in cui lo studio del corpo e della mente viene unificato ed è destinato a durare nel tempo.

Sintetizzando, nella visione di ETSIA-KSI, l’obiettivo del Karate-do rispetto alle comuni discipline agonistico-sportive dove l’aspetto atletico predomina in funzione del conseguimento di un risultato agonistico immediato, risiede nell’effetto educativo legato alla percezione del corpo e della mente come un sistema unitario. Questo permette, nel tempo, di penetrare in dimensioni psico-fisiche che vanno oltre i normali schemi dell’allenamento atletico

Alla domanda se, data la profonda diversità socio-culturale che caratterizza la società odierna rispetto a quella giapponese dei tempi passati, abbia ancora un senso la nozione del termine “do”, la risposta di ETSIA-KSI è che non solo essa ha senso, ma che anzi oggi risulta quanto mai necessario coltivare i valori profondi che sono insiti nel termine “do”, dato che nella società odierna, principi come “lealtà”, “disponibilità”, “rispetto”, “sensibilità” (o empatia) e senso di “responsabilità”, sono spesso volontariamente o involontariamente dimenticati. La via del Karate, in questo senso, può offrire un approccio metodologico che, quando perseguito con dedizione e continuità, può contribuire ad equilibrare la vita, così da mantenere il giusto atteggiamento e il giusto equilibrio in ogni situazione e in ogni scelta che la vita quotidianamente presenta a ciascuno di noi.

I maestri di Karate-do ripetono spesso che un karate-ka che persegue la “via” in modo giusto, evita per quanto possibile lo scontro fisico. Ciò può sembrare paradossale, perché, di fatto, il Karate è un’arte marziale, ma non è così. Secondo la visione di ETSIA-KSI, seguire la “via” impone un processo di perfezionamento che non è solo tecnico, ma è anche personale, in armonia con il mondo umano e, più in generale, con la natura, mentre la ricerca dello scontro fisico è in qualche modo un evento che turba tale armonia.

E’ quindi importante che l’istruttore conosca elementi anatomici e di fisiologia, affinché il movimento nasca nel modo più appropriato per il praticante, sia questi un bambino, un adolescente, un giovane, un adulto o un veterano.

Ad esempio i bambini, dopo una prima fase in cui imparano a percepire il proprio corpo sviluppando capacità motorie coordinate, potranno cominciare a misurarsi gli uni con gli altri bambini eseguendo anche esercizi a squadre, attività che permette loro di capire l'importanza della collaborazione per raggiungere una meta.

Tuttavia, un bambino difficilmente potrà apprendere le tecniche corporee nella loro totalità, perché la sua morfologia e fisiologia (oltre alla percezione di sé) non permettono un apprendimento realmente improntato all’efficacia, senza che si corrano pericoli.

Con il tempo, una volta raggiunta la maturità psico-fisica, il giovane praticante dovrà invece dedicarsi all’allenamento in modo più intenso, alla ricerca del perfezionamento tecnico